Il periodo di prova - parte 3

Cos'è e come funziona

Venerdì 5 marzo 2021

Chiudiamo oggi il focus in tre puntate sull’argomento del periodo di prova del lavoratore.

Dopo averne esaminati tutti gli aspetti, ce ne resta uno soltanto da analizzare: il licenziamento prima della scadenza del periodo di prova.

Quando, cioè, un datore di lavoratore può recedere dal contratto firmato con periodo di prova, e in quali casi può licenziare il lavoratore?

Lo vediamo subito.

Tutte le parti sono libere di recedere, purché non abbiano stabilito una durata minima

Ribadiamo il concetto che sia il datore di lavoro che il lavoratore in prova possono recedere quando vogliono da questo accordo se i risultati non sono soddisfacenti.

A patto però che essi non abbiano fissato un limite, una durata minima del periodo di prova.

In questo caso occorre necessariamente attendere il termine del patto di prova.

Se proprio non ci si riesce (per incompatibilità manifesta delle parti, ad esempio), allora colui che intende sciogliere prima il patto (imprenditore o lavoratore in prova) dovrà dimostrare la giusta causa per cui si chiede il recesso, altrimenti dovrà procedere con un risarcimento danni, soprattutto se il lavoratore dimissionario non giustifica adeguatamente la sua decisione.

Quando il datore di lavoro può licenziare il lavoratore in prova e in che modo

L’imprenditore o datore di lavoro può dunque licenziare il lavoratore in prova prima che quest’ultima termini.

Vi possono però essere dei limiti diversi da quelli della scadenza del patto firmato.

E ciò è attinente alla perfetta aderenza con la causa del contratto.

In quanto datore di lavoro, in pratica, bisogna motivare la decisione nei minimi dettagli, non distaccandosi mai dalla tematica del lavoro e dalle mansioni da svolgere.

In caso contrario il lavoratore potrebbe contestare una motivazione non attinente e non lecita e procedere all’impugnazione del licenziamento.

In questo caso specifico, inoltre, il lavoratore può impugnare il licenziamento anche oltre il termine dei 60 giorni previsto per legge in tutte le altre situazioni lavorative.

Il termine del recesso viene dunque stabilito proprio per tutelare il datore di lavoro.

Tutto ciò è stato determinato da una sentenza della Corte di Cassazione, e precisamente la n. 402 del 17 gennaio 1998.

Richiamandosi a sentenze di molti anni prima (emesse dalla Corte Costituzionale nel 1980) dunque, la Corte Suprema ha ribadito la necessità di non poter licenziare il lavoratore in prova per un motivo estraneo alle mansioni del lavoro stesso.

Attenzione alla nullità del patto di prova

Come datore di lavoro occorre prestare molta attenzione inoltre all’eventuale nullità del patto di prova.

In caso di sussistenza di questa condizione, infatti, l’imprenditore potrebbe pensare che stia licenziando seguendo la validità del patto in corso, quando invece non è così.

In caso di patto nullo cosa fare, allora?

Il licenziamento viene inquadrato come licenziamento ordinario, con la conseguenza di seguire le regole che vengono stabilite proprio per questa specifica tipologia giurisprudenziale di termine di rapporti lavorativi.

Poche parole, infine, su ciò che riguarda un patto di prova valido ma con recesso illegittimo. In questa situazione gli orientamenti della Giurisprudenza sembrano propendere per due strade: o proseguire nel periodo di prova con pazienza, aspettando che termini, oppure procedere con il risarcimento del danno verso la parte ritenuta lesa.

Con il prossimo articolo inaugurererò la trattazione di un argomento che sta molto a cuore ai nostri lettori: il Covid e l’impatto che esso ha avuto sulle aziende. 

Lo farò per rispondere ai tanti dubbi dei titolari d’azienda relativamente alle varie casistiche che si possono venire a creare al riguardo. 

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