Immagina di aver appena assunto un nuovo soldato. Chiamiamolo Marco.
Il suo curriculum è ottimo, al colloquio è stato brillante e sei convinto che sia la persona giusta.
Arriva il suo primo giorno.
Tu, da “bravo capo”, gli offri il caffè, gli fai fare il giro dell’ufficio, gli presenti il team uno a uno. Gli consegni il suo computer fiammante e un bel manuale aziendale di 100 pagine da leggere. La frase con cui lo congedi è:
“Mi raccomando, prenditi tutto il tempo che ti serve per ambientarti.”
Passano due settimane. Marco sembra “ambientato”.
È gentile, scambia due chiacchiere con tutti alla macchinetta del caffè.
Ma la sua produttività è zero. Sta ancora “studiando il materiale”. Aspetta che qualcuno gli dica esattamente cosa fare, passo dopo passo.
In quel momento ti rendi conto del tuo errore fatale. Trattandolo come un ospite d’onore, lo hai trasformato in un ospite.
Non hai testato la sua capacità di prendere l’iniziativa, di aggredire i problemi. Hai solo testato la sua abilità nel bere caffè e sorridere.
Il tuo onboarding “gentile” non lo ha forgiato per la battaglia. Lo ha messo in sala d’attesa.
Abbiamo un’idea romantica e sbagliata dell’onboarding.
Pensiamo che il nostro compito sia “mettere a proprio agio” la nuova risorsa. È una bugia.
Il nostro compito è scoprire il più in fretta possibile se abbiamo fatto la scelta giusta.
L’onboarding non è la fase di accoglienza. È la continuazione del colloquio, ma con proiettili veri.
È lì che vedi se la persona che hai di fronte è la stessa che ti ha incantato con le sue belle parole.
È il test della resilienza, della responsabilità e dell’iniziativa.
Un onboarding morbido e passivo non è un gesto di bontà.
È un atto di pigrizia da parte del leader, che rimanda il momento della verità.
Quando una recluta entra nel programma dei Navy SEALs, nessuno gli offre un aperitivo di benvenuto o un tour della base. Viene gettato immediatamente nell’acqua gelida della “Hell Week”, la settimana infernale.
Questo test brutale non serve a insegnargli a nuotare. Serve a vedere chi ha la stoffa per non mollare quando il corpo e la mente urlano di arrendersi.
Serve a testare il carattere, non solo la competenza teorica. Serve a separare i soldati dai turisti.
Ora, con le dovute proporzioni, la domanda è: il tuo processo di inserimento assomiglia più a una crociera rilassante o a una “Hell Week” aziendale, pensata per forgiare un soldato d’élite? 😃
Smettila di “accogliere” i nuovi assunti.
Inizia a “testarli” dal primo minuto.
Il colloquio serve a valutare le loro parole. L’onboarding serve a misurare le loro azioni. Un comandante si fida solo e unicamente delle azioni.
In posizione! 🌿🤚🌿
P.S.: Come sempre, la Lettera del Caesar della prossima settimana contiene un vantaggio competitivo.
O lo prendi tu, o lo regali al tuo concorrente.
A te la scelta. 😏
Non puoi copiare il contenuto di questa pagina